Nel giugno del 1997 Silvia era da poco entrata nel
quinto mese di gravidanza. "Il bambino nascerà in
settembre" mi aveva detto, "se vogliamo fare qualche
giorno di vacanza, meglio farlo subito. La scuola
è appena finita, così le bambine possono venire
con noi. E poi non fa ancora troppo caldo. Più avanti
ho paura di stancarmi troppo." E cosi' un salto
dalla ginecologa per verificare che Silvia potesse
affrontare il viaggio e poi di corsa a preparare
i bagagli. "Una settimanina a Parigi è quello che
ci vuole".
Ah, Parigi, splendida metropoli! Esplorarla insieme
alle bambine, che non c’erano mai state, ci permetteva
di riscoprirla come fosse la prima volta. Le bancarelle
sulla Senna, la Villette e i suoi giochi, la tour
Eiffel, i pittori di Montmartre, il Beaubourg...
La settimana di vacanza scorreva fluente e frenetica,
come ogni vacanza che si rispetti. Ma al Louvre,
davanti all’incoronazione
di Napoleone di David, Silvia ci dice: "Aspettate
qui. Vado un attimo in bagno". Noi aspettavamo ma
Silvia non tornava proprio. Quando eccola arrivare
in lacrime, stravolta: "Sta nascendo, sta nascendo".
"Come sta nascendo, siamo alla 20esima settimana!
Non è possibile, è troppo presto".
Dall’infermeria del Louvre e sull'ambulanza verso
l’ospedale, Silvia stesa e piangente, il lenzuolo
sporco di sangue e le bambine a far domande: "Papà
è vero che il fratellino è morto?". La visita, la
diagnosi. "Siamo riusciti a bloccare il parto, ma
la situazione è pericolosa. Sua moglie dovrà rimanere
qui, ferma a letto fino alla nascita del bambino.
Fino alla fine di settembre".
Dovevo rientrare in Italia, riportare le bambine
a casa, fare i certificati necessari per l’ospedalizzazione
prolungata in Francia ecc. ecc. E Silvia doveva
rimanere sola a Parigi fino al mio ritorno. Senza
sapere il francese, senza potersi muovere dal letto,
senza il conforto di nessuno. Non è bello.
Mentre rientravo in Italia mi è venuto in mente
di chiedere consiglio all’Associazione Bellunesi
Nel Mondo. Non sono un emigrante, ma sono un bellunese
anch’io, chissà se possono darmi una mano. Un rapido
salto sul
loro sito, una telefonata per spiegare la situazione
ed ecco la risposta: "Ma certo, il presidente dei
Bellunesi e Veneti a Parigi, la signora Giacomina
Savi vi potrà aiutare. Fa parte dei nostri compiti
seguire gli italiani che si trovano in difficoltà
all’estero, sebbene solo per una vacanza. Chi è
stato emigrante capisce meglio degli altri cosa
vuol dire trovarsi soli, in un paese straniero,
senza parlare la lingua. La chiami, vedrà che sarà
felice di aiutarla.".
Un lato, inaspettato, della presenza italiana all’estero;
una catena di solidarietà e di ospitalità che si
estende in tutto il mondo. Un filo tenace che collega
gli italiani alla terra d’origine. Mantenere viva
la propria italianità non vuol dire soltanto celebrazioni
e nostalgia, ma dare un attivo contributo culturale
e sociale nel paese ospite e in quello d’origine.
Mentre ero in Italia la signora Savi è andata a
trovare Silvia. L’ha confortata, le ha fatto compagnia
sino all'avvenuta nascita di Francesco, aiutandola
con la lingua e quant'altro. Silvia, immobilizzata
in un letto d’ospedale, non ha mai mangiato una
torta più dolce della crostata alle pesche della
signora Savi.
Grazie Giacomina!
Una dichiarazione di Giacomina Savi Tramontin,
Presidente dei Bellunesi e Veneti a Parigi.
"Oggi in Italia mancano tre elementi essenziali
per costruire una nuova convivenza: tradizione
dell’accoglienza, educazione alla diversità, leggi
adeguate che permettano l’inserimento. In Francia,
ad esempio, i flussi migratori sono regolati sul
ritmo del pensionamento e del rientro definitivo.
Non bisogna voler assimilare o integrare nessuno
per forza: il processo deve avvenire solo se si
riesce a far mettere a frutto la diversità degli
individui come ricchezza dell’intera comunità."
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