|
Ha
senso ambientare un romanzo in borgata? Tra case in attesa
di città, propaggini di una metropoli? Quando ho
iniziato a scrivere "Bebo e altri ribelli. La rivoluzione
spiegata alle commesse" (nonluoghi, 2002, 9 euro,
www.nonluoghi.org
) avevo in mente questo stato di sospensione che non
fa sentire né cittadini né paesani. Certo
anche la voce di Pasolini ma come l’eco di un Italia diversa,
senza più ghettizzazioni, sottosviluppo e analfabetismo
legati ai luoghi. Per questo forse si poteva parlare della
borgata come di un’ultima resistenza alla cementificazione
forzata e diffusa che crea periferie uguali dappertutto
secondo i dettami di un’urbanistica massificata che mira
a farci sentire cittadini del mondo trasformandoci in
replicanti.
Nel mio libro la borgata si chiama Torreverde ma potrebbe
essere una qualsiasi borgata di qualsiasi città.
Nella realtà Torreverde non esiste. E’ una piccola
Macondo alle porte di Roma con le caratteristiche di tutte
le borgate romane: Settebagni, Fidene, Torre Maura, Castelverde,
Ciampino. Luoghi magici, circoscritti, di architetture
creative che meritano passeggiate.
In particolare la via Salaria (antica via del Sale) riconoscibile
in più punti del libro merita di essere meta di
escursioni cominciando dalle tombe rupestri di Castel
Giubileo, per poi passare all’antico insediamento romano
di Crustumerium
localizzato lungo la via Marcigliana e concludere
alle numerose tombe rinvenute intorno a Settebagni (Septem
Balnea). Al di là poi dell’archeologia
il fascino di queste borgate è ancora intatto e
si lega ad una concezione abitativa ancora umana e mononucleare.
Piccoli appezzamenti di terreno con orti improvvisati
e giardini in mezzo a cui spiccano fontane con veneri
di milo e putti, settenani e biancanevi in un’estasi del
kitsch e dell’infantile.
|