Torino
ha un nuovo volto? Affermazione un po’ azzardata,
forse, per una città ferita e pensosa: la crisi della
Fiat,
i “traslochi” di società celebri come
la Sai Fondiaria, gli esuberi della prima casa editrice
italiana - la Utet
-, non sono certo segnali di un rinnovamento positivo. Eppure,
nonostante i 110 mila posti perduti, Torino ha ancora il
primato della più grande città operaia
d’Europa. Come dire: non è così
facile cambiarsi d’abito, soprattutto quando l’abito
è così caldo e affettuosamente ingombrante.
Torino, comunque, sta provando a vestire i panni più
raffinati del terziario, dei servizi, delle Olimpiadi
invernali del 2006.
Sta anche provando, tra i vari travestimenti nella ricerca
di un’identità meno unitaria e più “flessibile”
– come si addice ai dettami della post-modernità
– a mettersi in verde: e lo fa partendo da una delle
zone simboliche, l’ex area siderurgica un tempo scenario
degli stabilimenti industriali Savigliano, Michelin e della
Fiat Ferriere Piemontesi. Due milioni di metri quadri (la
cosiddetta Spina
3) che sono oggetto di una riqualificazione urbana voluta
da Comune e Regione, con lo zampino dell’Unione Europea.
E’ nato così il Piano
Strategico di Torino Internazionale, che guarda a servizi,
ricerca e produzione avanzata come alla nuova linfa da succhiare
per sopravvivere.
Guardare oltre
Il ponte tra ciò che sembra sorpassato e l’inevitabile
ricerca di nuove strade ha una natura sfaccettata. Una
di queste facce è l’Environment
Park, 15.000 metri quadri di parco
scientifico e tecnologico che ospita imprese, centri di
ricerca e laboratori nel settore ambientale (per i 2/3)
e delle nuove tecnologie. Realizzato – a partire
dal 1997 - con investimenti per circa 40.000 euro, l’EP
è figlio del processo di riqualificazione urbana
della Spina 3, che richiede la bonifica di aree abbandonate
e spesso inquinate, la riscoperta delle sponde del fiume
Dora e l’uso del verde come trait d’union
tra giardino, fiume e parco tecnologico. Con un piglio
un po’ snob la chiamano land architecture, questa
tendenza ecologista e ambientale che aspira a lasciare
il segno minimizzando le tracce artificiali. Ecco così
comparire grandi vetrate, tetti ricoperti di prato, soluzioni
e accorgimenti in nome della sostenibilità,
concetto ormai di gran moda – oltre che di gran
necessità – tra le imprese italiane e non.
Sostenibilità nella forma e nel contenuto, visto
che all’EP la maggior parte delle aziende è
votata alla ricerca di tecnologie pulite, al management
ambientale, alla bioarchitettura e al turismo sostenibile.
L’EP ha mantenuto le promesse? Per scoprirlo, abbiamo
rivolto qualche domanda a uno dei suoi inquilini, Alessandro
Falcone, giovane imprenditore e torinese d’adozione
da più di dieci anni.
IP: Qual è il legame tra EP e Torino?
A.F.: Quando spiego dove lavoro, molti
torinesi mi rispondono:”Ah, ma allora lei lavora
in quelle palazzine tutte strane ricoperte di piante...”.
Credo che EP avrà bisogno di qualche anno prima
di avere una sua connotazione precisa per la città.
IP: Come procede il recupero del Fiume Dora?
A.F.: Purtroppo non procede. Attualmente
quell’area è un cantiere edile di privati:
dal Cinema Multisala Medusa (appena inaugurato) ai lavori
di costruzione di un grande centro commerciale.
IP: E la mostra permanente sullo sviluppo di
questa area urbana?
A.F.: La mostra, peraltro molto bella,
non è più ospitata all’interno dell’EP.
Chissà perchè, ma l’hanno spostata
in un’area espositiva su Corso Casale (il viale
che fiancheggia il Po).
IP: Secondo te l’EP può essere visto
come un polo di attrazione turistico?
A.F.: Non credo. Gli unici interessati
a visitarlo sono, per il momento, architetti e ingegneri,
o studiosi e politici (anche stranieri) che vogliono capire
come dal nulla si sia riusciti ad inventare un polo di
aziende che operano nel medesimo ambito (una specie di
distretto industriale dei servizi).
IP: In cosa in particolare riconosci il cambiamento
di Torino degli ultimi anni?
A.F.: Il contrasto tra due diverse organizzazioni
del lavoro (fordista e post-fordista) e tra due generazioni,
si specchia nella vita della città. Solo dieci
anni fa, quando sono arrivato qui, Torino era molto più
vuota la sera (anche per i turni di lavoro nelle fabbriche),
mentre ora i locali sono molto frequentati. L’estate,
poi, è un termometro preciso di un nuovo genere
di vitalità, legata al settore terziario: l’amministrazione
pubblica l’ha capito e offre una discreta varietà
di spettacoli nella zona dei Murazzi, dei Giardini Reali
e della Cavallerizza.
|